I like you 'cause you like me

L'amore è la risposta ma, mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande

Tutte le parole di cui abbiamo bisogno

Posted by on mag 14, 2012 in 69 giri, Varie | 3 comments

Tutte le parole di cui abbiamo bisogno

Qualche ora fa qualcuno mi ha detto che non sopporta che gli si chieda “scusa”. Mi chiedeva di non farlo.

Aveva ragione e ho accettato. Non faccio fatica a comprenderne i motivi.

Sarebbe bellissimo vivere in un mondo in cui non ci si chiede mai scusa e non perché si è maleducati, solo perché tutti ci comportiamo in modo tale da non averne bisogno.

Le scuse non sono necessarie, è vero. Ormai il danno è fatto.
Tutte le volte che qualcuno mi ha chiesto scusa la frase che mi è uscita più di frequente è stata “sì, ma io ti scuso”, come a dire “il punto non è quello, dovevi pensarci prima”.

Il problema è che siamo esseri umani, e non sempre riusciamo a comportarci come gli altri vorrebbero. A volte li feriamo, a volte lo capiamo troppo tardi, a volte sentiamo davvero il bisogno di chiedere scusa, soprattutto per mettere al riparo noi stessi, per resettare le cose, sollevarci dall’errore compiuto.

Ma quando qualcuno sa mettersi nei panni degli altri, la dote più grande che esista al mondo, la parola “scusa” non è necessaria. Per questo si dice “amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace”, perché per chi ama è facile mettersi nei panni dell’altro: chi ama pensa sempre all’altro prima che a se stesso.

Eppure quando le coincidenze si mettono tutte insieme succedono cose strane.

Tipo che la persona che non vuole che le si chieda scusa non sa che io ieri su un volo, da sola, ho scritto una lunga serie di frasi che non gli avrei comunque dato o detto, e ognuna iniziava appunto con “scusa”.

E oggi mentre mi ingiungeva di non chiedere scusa, io ricevevo – fatalità – le scuse da qualcun altro a cui dicevo di non chiedere scusa.

La persona che non vuole che le si chieda scusa tempo fa mi disse che non voleva sentirsi dire grazie.

Su quello però fui intransigente: se non riesci a farti ringraziare dalle persone vuol dire che non sei a tua volta in grado di ringraziarle. Abbiamo così stretto un patto: qualcuno non dirà scusa e qualcuno imparerà a farsi dire grazie.

Poi stasera ho finito un libro. E sono arrivata alla pagina dei ringraziamenti.

Quella pagina l’autore l’ha chiamata “Scuse”.
Ho mosso la testa all’indietro impercettibilmente con quel moto di sorpresa che ti assale quando una coincidenza ti arriva in faccia come un treno guidato dal perturbante freudiano.

Scrive: Questa dovrebbe essere la sezione dei ringraziamenti. Ma ho una teoria secondo la quale chiunque vogliate “ringraziare” merita probabilmente anche delle scuse.

Leggendo le scuse dell’autore ho capito: c’era molta più vita in quella paginetta che in una biografia.

Ho capito che chiedere scusa è necessario, soprattutto quando si fanno i conti con il passato, e ho capito che può essere bellissimo renderlo innecessario, ma che per farlo dovremmo diventare dei semidei.

E soprattutto ho capito che io, ieri, quando scrivevo la mia lunga lista, in realtà, proprio come l’autore del libro, non avevo nessuna intenzione di chiedere scusa, in realtà volevo solo dire GRAZIE e che tutto il resto, se ce ne fosse stato bisogno, sarebbe venuto da sé.

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Ho un defunto nello status

Posted by on mag 12, 2012 in 69 giri, Varie | 2 comments

Ho un defunto nello status

Se c’è una cosa che non sopporto è questa mania di salutare su facebook i morti. Non i morti famosi (anche quella), non gli animali, i nostri morti; svilendo e sminuendo e togliendo di concreta drammatica verità il dolore che proviamo per la perdita.

Il dolore se c’è, non si condivide su facebook. Se ce n’è un pochino, se c’è dispiacere, se la persona la si conosceva sì, bene ma non troppo, anche lì, comunicarlo su facebook porta in risalto l’egocentrismo di chi compie un gesto immaturo e sciocco: ragazzi, i tempi della Smemoranda sono finiti da un pezzo.

“Addio X, il migliore di tutti”
“Ciao X, resterai per sempre nel mio cuore. Grazie”

No, resterà per sempre sulla vostra bacheca di facebook il fatto che, in fondo, non siete poi così sinceri o forse solo drogati di protagonismo e social media.
Oppure siete pazzi, pensate che il cielo si squarci in due e che, all’improvviso, qualcuno vi faccia un fischio per richiamarvi e vi sorrida con il pollice all’insu “like”, perché in Paradiso, si sa, non c’è il wifi.

Fate bene a dirlo su facebook quanto vi mancherà.
Bravi, senza pensarci neanche un secondo, su, che magari arrivate pure primi.

Non la farò lunga, ma “qualche morto” ce l’ho pure io e quello che so per certo è che non ne parlerei mai su facebook. Non ne parlo quasi mai, figuriamoci su facebook.

Non ne parlo online perché difendo la mia privacy, perché per indole sono fatta così e perché non sono così scema dal non avere capito che questo è un mondo dove la gente anela sapere quanto più possibile di te per poi usarlo, eventualmente, a proprio piacimento, anche contro di te, pur non conoscendoti affatto.

La vita privata, quella vera, deve rimanere privata. La morte, che è il sentimento più privato che esista, non può essere svuotata del suo significato.

Le persone che ho amato sono protette da questa giostra di ipocrisia malata.

Per questo, amici, se siete persone intelligenti, non salutate i vostri morti online ma, più di ogni altra cosa, non salutate i morti “altrui”.
Facendolo rischiate di dimostrare solo una cosa: che quella morte, nella classifica delle morti, non fosse poi così importante.

La morte della gente non merita di essere usata come status, perché voi vi sentite tanto tristi (posto che lo siate davvero).

Invece di accedere a facebook e comunicarci qualcosa di cui in fondo non sappiamo nulla, riflettete un attimo sulla morte di quella persona per la quale non state perdendo molto più tempo a struggervi di quello che ci mettete a scrivere online “ciao”.

Se ci tenete, comprate uno spazio sui quotidiani, come si faceva una volta. Mandate un telegramma alla famiglia, anche perché, ne sono certa, nessuno della famiglia del defunto (quelli che soffrono davvero) sta leggendo o comunicando su facebook il suo dolore. Non lo farà, e se qualcuno lo ha fatto è il caso che gli consigliate un bravo psicologo.
Non fate altro. Comunicate privatamente la vostra compassione.

Siete rispettosi, siate umili, dimenticatevi di VOI. E non salutate la gente su una bacheca dove dopo tre secondi dal vostro cordoglio apparirà una foto di tre culi con sopra scritto “guarda cosa fanno queste tre ragazze universitarie! Pazzesco!” solo perché un pirla qualsiasi ci ha cliccato sopra.

Semplicemente, non fatelo. Lo dico per voi, ci fate una figura migliore.
Che soffriate tanto, o poco, ci fate una figura migliore.

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Dell’importanza della ricompensa – dare e avere nell’età postmoderna

Posted by on mag 7, 2012 in 69 giri, Varie, Virals, Visto e piaciuto | 8 comments

Dell’importanza della ricompensa – dare e avere nell’età postmoderna

Ieri stavo amabilmente chiacchierando in chat con un amico e a un certo punto lui mi ha mandato questo video:

A parte la genialità condivisa della serie e il sorriso che ti si stampa in faccia mentre lo vedi, all’interno di questo pezzetto di ottima sceneggiatura sono espresse delle piccole perle di saggezza e verità assolute sulle relazioni.

Guardatelo e poi analizziamo insieme la vicenda.

Mario arriva al famigerato livello finale, sconfigge il drago e salva la principessa.
La principessa è incredula, felicissima e Mario, ovviamente, chiede una ricompensa: un bacio.
Immediatamente la principessa cambia umore “perché dovrei farlo?”
“Perché ti ho salvato la vita!”
“Ma se non ti conosco neanche!”
“Ma ti ho salvato la vita!”
“Tu mi hai salvata solo per avere un bacio!”
Il resto è tutto uno sminuire le imprese dell’idraulico grassottello che fa presente che vuole solo un bacio, mica ha chiesto un pompino, insomma.
La gag fa molto ridere e ogni botta e risposta è rappresentativo di parecchie dinamiche che sostengono le relazioni uomo/donna.
Gli uomini fanno delle cose per le donne e le fanno con un unico scopo: il sesso. Vi diranno quello che vogliono, ma è così. In fondo, in fondo, in fondo, quello è lo scopo ultimo.
Mica sto dicendo che è sbagliato.
Ammazzeranno draghi per noi e in cambio vorranno avere la loro ricompensa e la loro ricompensa è il sesso.
Hanno ragione.
Hanno ragione sempre che ammazzino draghi per noi.
Ci lamentiamo tanto perché non ci sono più gli uomini di una volta ma la verità è che è colpa nostra: abbiamo iniziato a elargire ricompense senza che nessuno ammazzasse draghi, se foste un uomo voi vi sbattereste?
Io no. Perché devo fare fatica e rischiare la vita quando ho altissime probabilità che qualcosa mi venga data gratis?
Insomma, io ci provo a non fare fatica e, se mi va bene, a posto così.
Se gli uomini non si sbattono per voi, è solo colpa vostra.
Io sono convinta che gli uomini abbiano ancora voglia di ammazzare i draghi, solo che nessuno glielo chiede più. In fondo sono cacciatori, ce l’hanno nel dna.

Il concetto quindi è, posto che abbiamo ben chiaro cosa vogliono gli uomini (“un bacio” e via a scendere), posto che loro SANNO da sempre che per averlo devono uccidere il drago, perché a un certo punto abbiamo smesso di giocare alla principessa riscattata?
Intendo dire: sono stronzi loro o siamo fesse noi?
Secondo me la seconda.
Voi dareste lo stipendio a uno che non ha lavorato? No. Lo stipendio uno se lo deve guadagnare, giusto?
Ecco. La principessa lo sa bene. E anche Mario. Infatti si incazza. Perché lui si è sbattuto, porca miseria.
Se fai la preziosa a oltranza, non segui le regole del gioco!

Eppure la principessa è sempre la principessa, ha il coltello (chiamiamolo così) dalla parte del manico. Non cede facilmente: “ma se non ti conosco neanche!”.
Ma per Mario non conta: lui ha fatto di tutto per salvarla e ora DEVE avere la sua ricompensa; ha lavorato, vuole lo stipendio.
Ecco che la donna astuta allora gioca la carta del sesso “Tu hai fatto tutto questo solo per un bacio!” (tradotto= allora mi volevi solo scopare!).
So che finalmente avete iniziato a cogliere le analogie con la vostra vita.

La parte in cui Mario cerca di convincere la principessa che le sue imprese sono state mirabolanti è divertentissima: “È stata dura, è stato davvero molto difficile!”.
Lei a braccia conserte continua a negarsi. E Mario, risentito, la consegna alle fauci del drago.

Ecco, care le mie amichette moderne, cosa abbiamo imparato da questa lezione?
Lasciate che gli uomini facciano gli uomini. Non mettetevi voi a cacciare draghi per loro, e non concedete baci senza che abbiano sconfitto, non dico il drago, ma almeno alcuni funghetti e, soprattutto, imparate quando è arrivato il momento di smetterla di fare le preziose.
Gli uomini seguono le regole di un gioco che ha migliaia di anni, però, ogni tanto provano a bluffare e noi ci cadiamo come delle minchione.
Se concedete tutto troppo presto, o non concedete mai niente, finirete divorate dal drago.
Se inizierete a trattare gli uomini pretendendo che si comportino da uomini forse avrete qualche bella sorpresa.
Però occhio, sono anni che giocano ai videogiochi ormai. Ricordatevi che conoscono molti trucchetti per saltare tutti i livelli e arrivare direttamente alla pricipessa.
E non hanno paura di usarli.

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Buon compleanno, Traci

Posted by on mag 6, 2012 in 69 giri, Varie | 2 comments

Buon compleanno, Traci

Da qualche minuto è il giorno del mio compleanno.
Non è mai bello festeggiare il giorno prima, però c’è sempre chi aspetta lo scoccare della mezzanotte per arrivare per primo; e poi c’è facebook che rassicura i distratti o quelli che hanno problemi con le date. Quindi, a tutti gli effetti, posso dire che oggi è il mio compleanno.

Penserete che farsi gli auguri da soli sia un po’ imbecille, e concordo (anche se ieri sono uscita a comprarmi dei fiori).
In realtà questo è il giorno giusto per mettervi a parte di una cosa che ho scoperto qualche settimana fa: anche Traci Lords è nata il 7 maggio.
Altro che Evita Perón, chissenefrega.
Traci Lords. Questa per me è una notizia.
Traci. Uno dei miti di intere generazioni di uomini.
Una che ha un certo punto ha appeso, ha appeso… ha appeso… ok, non aveva niente da appendere al chiodo, comunque: ha deciso che ci doveva dare un taglio con il porno e ha cercato di darsi una ripulita e mettersi a fare cose fighe in cui era anche brava.

Era durata solo due anni, ma aveva girato un numero di film da far impallidire anche le più sgamate.
E aveva lasciato nell’anno in cui era diventata maggiorenne, svelando al mondo, in grado di fare un rapido calcolo, la verità: Traci era diventata una diva del porno a soli 16 anni.
Lo scandalo trascinò l’industria hard in guai seri e il suo nome alle stelle. Al punto che ancora oggi Traci Lords rimane un mito per generazioni di pipparoli.

È un vero peccato che non ci sia rivalsa per le pornostar, mi sorprendo che loro ancora ci credano.
Che non si rendano conto che è impossibile.

Mi spiace un po’ per Traci, che davvero si illude che noi la si ricordi per Cry Baby, mentre noi la ricordiamo come la pornostar che poi ha fatto Cry baby.

Così, Traci, buon compleanno.
E mettiti il cuore in pace: l’hai data troppe volte perché qualcuno ti guardi negli occhi senza pensare a foto come questa.

 

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E vivrai di più

Posted by on apr 27, 2012 in 69 giri, Varie | 2 comments

E vivrai di più

Cos’è un tabù?
Il dizionario ci dice: 1. Presso tutte le religioni primitive, ciò che è sacro, proibito
2. Cosa non nominabile, argomento che non si può criticare, persona che non si deve o non si può avvicinare.

I tabù sono imposti dalla religione o dalla società perché questa si autoregolamenti su alcune faccende.
L’incesto è un tabù. La bestemmia è un tabù. Le mestruazioni, che lo vogliate o meno, sono ancora un tabù.

Tranquilli, non vi parlerò di mestruazioni.
È che oggi ero in metropolitana e riflettevo su due dei più grandi e più idioti tabù della società moderna.

Il primo è la psicoanalisi, il secondo è il cancro.

Conosco gente che prova quasi imbarazzo nel pronunciare entrambe le cose. Nel concepirle, evidentemente.
E questo perché senza un motivo reale, posto che siamo nel 2012, questi due concetti rimandano per estensione ad altri due concetti che sono da sempre un tabù: la pazzia e la morte.
Peccato che chi va dallo psicologo non sia pazzo e che chi ha il cancro non muoia. Non necessariamente, in nessuno dei due casi.

Insomma, ero lì seduta in metro che guardavo gli altri occupanti del vagone e mi interrogavo sulla loro vita, posto che io avevo appena terminato di dare l’ennesima ravanata alla mia, sostenendo dentro di me prepotentemente l’auspicio di una società in cui non ci si imbarazzasse a dire di aver avuto un cancro e di andare dallo psicologo.
E questo perché accettare di parlare di entrambe le cose aiuta anche gli altri a stare meglio. Aiuta se stessi e gli altri a sperare o a capire.

Come dico da anni, l’analisi dovrebbe essere obbligatoria. Possibilmente gratuita. Una bell’oretta di analisi settimanale e vedi come ci sistemiamo (si fa per dire) tutti quanti.

Quelli che ne hanno più bisogno di solito sono quelli che sono abituati a psicoanalizzarsi da soli. Quelli che “ma io l’analisi me la faccio da me”. Eh, sta proprio lì il problema. Oltre al fatto che, se uno è abituato a lavorare molto su se stesso, non avete idea di quali mirabili percorsi insondati possa far scorgere l’analisi. Partite avvantaggiati.

L’analisi è un po’ come l’attacco di panico: se hai il coraggio di dire una volta “il mio psicologo” vedi all’improvviso come pochi ti guardano con sospetto e molti tirano quasi un sospiro di sollievo e iniziano a parlarti del loro psicologo o di una loro pregressa esperienza con un analista. All’improvviso, tutti newyorkesi. Eppure prima non avevano il coraggio di dirlo. Prima erano tutti pazzi con mamme di provincia. È una cosa bella, è una cosa utile, una scelta da persone mature, adulte, curiose. Eppure resta un tabù. Bisogna rompere il ghiaccio, come con l’attacco di panico, appunto. Una volta pronunciata la parola tabù è tutto in discesa.

Veniamo al cancro. Ho fatto diverse esperienze indirette con questa malattia odiosa. Eppure, pensate un po’, il cancro ha tolto la vita a una percentuale molto ridotta di persone che si erano ammalate.

Qualcuno purtroppo sì, non c’è più, ma molti altri sono qui, vivi, bellissimi e sani. E la cosa meravigliosa è che nessuno di loro ha problemi a parlare del proprio tumore. Siamo noi che abbiamo problemi a parlarne, con loro. Con gli altri figuriamoci, è tutto un compatimento. Tutto un susseguirsi di “poverino” per la disgrazia abbattutasi inclemente sul caro amico.

Con chi il cancro lo ha avuto, invece, ed è guarito, continuiamo a relegare l’argomento in quella zona d’ombra in cui si infilano le cose non dette, come se ci fosse ancora davanti a noi lo spettro della lama tagliente della morte che prima o poi, se nomini quella cosa per sbaglio, viene e se li porta tutti via.

Cazzate. Il cancro sconfitto riporta a una vita che è più vita della precedente. Perché tacere la sua esistenza come se fosse un’onta?

“Di questo argomento non si parla”, questo è quello che irrazionalmente pensiamo. Ma non stiamo confidando a una moglie appena abbandonata cosa sta facendo l’ex marito ai caraibi con una modella 23enne. Stiamo parlando della loro vita e di una malattia che l’ha attraversata con una potenza inaudita, uscendone, poi, per lasciarli lì, indubbiamente diversi.

La gente è capace di dire “ti ricordi quella volta che stavi per affogare?” ma non di dire “ti ricordi l’anno in cui hai avuto il cancro?”.

Insomma, possiamo fare un piccolo, piccolossimo sforzo per cercare di emanciparci da questi tabù paleolitici?

Giuro che sul resto vi lascio in pace, non me ne frega un cazzo se avete le emorroidi, quello potete tenerlo per voi.

Però ci sono cose importanti che da esseri intelligenti e adulti dobbiamo imparare ad affrontare e nominare. Non possiamo permetterci di comportarci come se aderissimo ad antiche convenzioni o superstizioni.

Non è più concesso. Dobbiamo fare uno sforzo. Ce la facciamo? Promesso?
Dai, su,  che a forza di sottostare ai tabù più sciocchi si finisce dallo psicologo.

Perché voi non vorrete mica finire dallo psicologo, giusto?

 

 

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Cave cavi

Posted by on apr 21, 2012 in 69 giri, Varie | 3 comments

Cave cavi

I cavi sono cosa da uomini. Non c’è niente da fare. Potete raccontarvela finché volete, ma è così.

L’altro giorno mi sono lamentata del fatto che ikea avesse prodotto una televisore/mobile compatto. Questo.  Fantastico, perfetto. Peccato ne avessi comprato uno nuovo proprio due giorni prima.

Un amico dopo aver visto il video ha commentato: “Ma mi spieghi cos’hanno fatto di male, a voi donne, i cavi? Sono così belli, cazzo”.

Non sapeva che io quel televisore l’avrei scelto non tanto per nascondere i cavi, ma per la comodità di risolvermi alcuni problemi di spazio, eppure non potevo negarlo: i cavi e le donne non vanno d’accordo.

I cavi per noi non collegano, caricano, trasportano, fanno ponti, i cavi per noi compiono magie. Tu attacchi il cavo e le cose iniziano a funzionare. Non sai bene come.

E lo dico io, che pure non sono un’inetta. Di tutte le mie amiche di certo sono quella che ha più dimestichezza con i cavi, un po’ per lavoro, un po’ perché in mezzo ai cavi ci sono cresciuta.

Mio padre era un nerd della tecnologia. In casa mia io ho visto passare cose di cui la gente non ricorda neppure l’esistenza.

Un giorno, credo avessi 8 anni, gli dissi che sarebbe stato bello poter avere su cassetta tutte le canzoni di Cenerentola, così avrei potuto ascoltarle, tutte insieme, quando volevo, dove volevo.

La risposta fu qualcosa del tipo: “Che problema c’è? Colleghiamo un cavo dal betamax allo stereo e le registriamo” (della pirateria prima che esistesse il vhs, una cassetta originale di Cenerentola e internet parliamo un’altra volta).

E, infatti, che problema c’era? Lui faceva qualcosa tipo unire dei cavi, inserirli dietro al videoregistratore e allo stereo, e la magia era compiuta. Pausa rec, pausa rec. Cassetta fatta (poi la cassetta audio veniva aperta e il nastro in esubero veniva tagliato perché io non dovessi riavvolgere neanche un secondo al termine dell’ascolto, ma anche questa è un’altra storia).

Quando diventai più grande imparai a fare quella cosa dei cavi per registrare le mie canzoni preferite.

Mentre le mie amiche avevano cassettine con brani pieni di jingle radiofonici in apertura o in chiusura, tagliati male, con sintonie che saltavano sul più bello (eravamo tutte pronte con la cassetta vergine e il dito sul rec non appena si sentiva annunciare il titolo della nostra preferita), io avevo cassette perfette. E questo perché le registravo dalla tv.

E alle fan delle mie compilation dicevo: “Ma certo che si può, basta un cavo”. Le mie amiche mi guardavano sospettose e poi mi chiedevano “e dove si compra questo cavo?” “no, è un accrocchio, non si compra, è troppo complicato, non te lo posso spiegare”.

Già da allora, infatti, avevo capito che era impossibile far comprendere al genere femminile quello che facevo per ottenere le mie cassette: avrebbero perso il filo a metà e poi mi avrebbero detto “tu sei pazza”. I maschi invece mi guardavano un po’ strano come a dire “ma questa?”.

Per poter avere un brano perfetto dall’inizio alla fine, io videoregistravo l’intera mattinata di Pure Morning di Mtv. I video di Mtv non avevano tagli, quindi i brani erano completi. Uscivo di casa e dicevo a mia madre “non spegnete il videoregistratore!”. Avevo una cassetta da 4 ore solo per quello.

Quando tornavo scorrevo velocemente le immagini, e non appena avevo trovato il brano che mi interessava lo mettevo in pausa, mettevo in pausa/rec il registratore audio, facevo ripartire prima uno poi l’altro e via così. E tutto questo era possibile grazie ad alcuni cavi e jack. Ma non sapevo cosa facevo DAVVERO con quei fili di plastica, sapevo che funzionava. Avevo semplicemente chiesto di crearmi un cavo magico e mio padre lo aveva creato. Io poi avevo imparato il concetto di IN e OUT, ma non vi nego che ancora oggi mi fermi a guardare le cose un secondo di troppo: i cavi non mi convincono, non parlano la mia lingua.

Quando mi veniva in mente una cosa che per me era impossibile, provavo sempre a chiedere speranzosa. Dicevo cose del tipo “Papà, voglio passare i pezzi che preferisco di questo programma su un’altra videocassetta, si può fare in modo che un videoregistratore registri dall’altro?”

E lui sereno: “Certo, basta un cavo”.
Dio, che gioia.

Avevo appena instillato dentro di me il seme del montaggio e non lo sapevo. Eppure quella cosa che ho fatto per anni con un gesto automatico, inserire i cavi, per me non era un pensiero logico. Per me la cosa era “quando vedo l’immagine che dico io, sulla tele, vuol dire che li ho collegati bene”. Rimettetemi qui una tele e due videoregistratori, adesso, e chiedetemi di collegarli tra loro in modo da poterlo rifare . Non sarei capace. E nel caso ci riuscissi, per tentativi, penserei qualcosa del tipo “oddio, ce l’ho fatta, funziona, è incredibile”.

Poi, a un certo punto, i cavi sono entrati a far parte della mia vita lavorativa. E vi assicuro che, nonostante agli occhi degli altri, soprattutto degli uomini, sembrassi quella sgamata “guarda che brava”, ho sempre avuto dentro di me quella vocina che diceva “è impossibile che abbia funzionato anche questa volta”. Mi sentivo come se quel gesto non mi appartenesse, come se stessi facendo qualcosa a totale appannaggio maschile, tipo guidare un camion.

Ancora ricordo la prima volta che mi sono avvolta il cavo di una prolunga intorno al gomito per metterlo via. Credo di essermi sentita potente e fighissima. Fosse stato possibile mi sarebbe probabilmente cresciuto il cazzo, un centimetro in più ogni volta che facevo un giro.

Non dover usare i cavi è sempre un sollievo. Dove vanno, cosa ne devo fare? Per le donne i cavi sono tanti, troppi e non si sa mai dove metterli. E in più non si sa mai qual è quello giusto. Perché esistono? Non possono inventare un cavo unico per tutto? No, non possono, e non per un problema economico come credete, care amiche che pensate che un cavo serva solo per collegare l’ipod al computer. A volte le cose sono molto più complicate, ma noi non riusciamo a capirle. Perché in fondo crediamo di essere quelle che cercano la soluzione semplice, ma non è così.

Forse in questo risiede la differenza nel modo di pensare di uomini e donne: noi davanti a una scatola piena di soluzioni (leggi: cavi) ci fermiamo a guardarle come se fossero tutte plausibili, però complesse, eventuali, da verificare, spesso doppie, da riprovare. Ci manca proprio quella che ci servirebbe in quel momento. Ci scoraggiamo, ci innervosiamo, e ritentiamo, ritentiamo, ritentiamo distrutte nell’animo ma con l’ottimismo di chi ce l’ha fatta prima di crollare.

Gli uomini hanno una sola soluzione in testa: le cose sono semplici, vanno dal punto A al punto B. Non c’è bisogno di impazzire, basta collegare i due punti.

Basta un cavo. La differenza è che loro lo sanno usare, noi no.
Per quello ci incazziamo: “la fai semplice tu!”
Già.

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Ma come porti i capelli bella bionda

Posted by on apr 14, 2012 in 69 giri, Varie | 6 comments

Ma come porti i capelli bella bionda

I capelli raccolti imbruttiscono le donne, meglio i capelli sciolti. E giù a discutere. Ecco una lunga e controversa diatriba nata durante la visione di alcune puntate di Amici di Maria de Filippi, anni orsono, a casa di quello che si è fatto da quel momento l’ideatore e più strenuo difensore della teoria “i capelli tirati indietro non stanno bene neanche alle fighe”.

La cosa incredibile, però, è che piacciono molto alle donne.

La madre di un ex fidanzato, spagnola e sempre con i capelli sciolti, mi diceva che stavo benissimo quando me li raccoglievo dietro alla nuca. Suo figlio, in compenso, non fiatava.

L’altro giorno un’amica ha commentato una mia foto su facebook :”che bella con la coda!”. Subito mi è tornata in mente tutta la discussione sui capelli avanti/capelli indietro degli anni scorsi, che ho citato rispondendole. L’amico detentore della teoria è intervenuto dicendo “È uno dei Grandi Segreti che vi vengono tenuti nascosti”.
Così la giovane e bellissima amica dai capelli lunghi e neri ha prontamente ribattuto che non era convinta, ma che stava approfondendo con un sondaggio. Intanto un altro amico si è inserito nel discorso: “Non è una teoria, è la Verità”.

Per le donne i capelli raccolti sono quasi sempre sinonimo di classe ed eleganza, pulizia e ordine. Per gli uomini esattamente la stessa cosa, il che significa: Carla Fracci. Carla Fracci non è una che puoi afferrare per i capelli e sbattere nella grotta, pertanto il maschio italiano continua a sostenere la superiorità dei capelli sciolti.

Ricordo che una volta ero seduta a un tavolo accanto alla mia migliore amica. Stavo già da alcuni mesi seriamente con un ragazzo, che era con noi quella sera insieme ad altri amici comuni, e all’improvviso entrò dalla porta la sua ex fidanzata. Dissi serenamente alla mia amica: “Ecco, lei è la ex di coso” e lei senza alzare gli occhi dal piatto mi rispose “sciogliti subito i capelli”
“Cosa?”
“Sciogliti, quei. cazzo. di. capelli”

Non chiesi oltre. Capii subito. Eseguii l’ordine.

Andiamo per estremi per capire il senso: le spose purissime nel loro abito bianco hanno i capelli raccolti, le puttane in mezzo alla strada sciolti. Le ballerine di danza classica raccolti. Le cubiste sciolti. Le vecchie raccolti, le giovani sciolti. Le ribelli sciolti, le educande raccolti. E per tutti gli anni e i secoli prima delle ultime decadi: in società raccolti, a letto sciolti.

Ecco la risposta che cercavamo: a letto sciolti.

Avete ancora voglia di fare un sondaggio?

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Il mio numero

Posted by on apr 6, 2012 in 69 giri, Varie | 3 comments

Il mio numero

Il mio numero è più basso di tutti quelli delle mie amiche. Almeno di quelle che me lo hanno chiesto.
Sapete di che cosa sto parlando, vero?
È un discorso che ogni tanto ritirano fuori le donne “emancipate”. Anzi, le giovani donne emancipate.

Io rispondo sinceramente, pensando di aver già dato troppo (diciamo così) e quello che incrocio sono occhi sbarrati e un “solo?!?” seguito da una cifra, la loro, che alle mie orecchie suona più o meno come un numero esadecimale: non riesco neanche a valutare la possibilità di prenderne in considerazione l’esistenza.
Dato che si vede che resto un po’ interdetta, più che altro perché non so se sentirmi sfigata o dover dare delle troie alle amiche (e sia detto che io do della troia a tutte le mie amiche, quindi direi che nessuno può sentirsi offeso), subito c’è chi si premura di difendermi con dolcezza:
ma consideriamo che tu hai avuto molte storie lunghe
sì, be’, sì, quattro
“e durante quelle storie sei sempre stata fedele”
certo
Pausa
E ho iniziato tardi!

Insomma, finisce che devo cercare di capire perché un numero che consideravo del tutto dignitoso equivalga alla metà di quello che alcune donne hanno collezionato in un anno (“in un anno?!”). Forse perché non mi sono mai drogata?

Ma poi torno sulla Terra e capisco che questa faccenda della quantità è veramente una minchiata. Certo, lungi da me dire che non bisogna fare esperienza, ma diciamo che, superato un tetto minimo, ci si può ritenere soddisfatte delle scelte fatte. Intendo dire, io quando sono single non è che vada in giro con la macchinetta dei numeri delle Poste Italiane. E, nonostante mi sia stato improvvisamente svelato che c’è chi ha visto più letti di un’esposizione dell’ikea, non vivo bramando di fare sesso con qualcuno per aumentare il mio punteggio.
Penso ancora che l’intimità tra due persone sia qualcosa che arriva perché necessaria, desiderata, inevitabile. E che i motivi che ti portano a finire a letto con qualcuno siano diversi, ma se ci finisci con troppe persone diverse, figlia mia, chettidevodire, bevi di meno.

Oltretutto credo fermamente che il sesso sia più importante quando si sta in coppia che non quando si è single.
Mica per niente diventa il campanello di allarme di una relazione che inizia a traballare.

Insomma, se il “numero” tenesse conto dei singoli atti sessuali io probabilmente sarei una reginetta del ballo, eccheccazzo (scusate, è che sento forte il bisogno di rivalsa).

Ci hanno fatto un film carino in America sul tema. Si chiama, appunto, “What’s your number?“.
Ha allietato, insieme ad altre commedie più o meno inutili, un lungo viaggio aereo.
C’è una scena in cui la protagonista cerca di nascondere alle sue amiche il numero reale degli uomini con cui è andata a letto strappando a metà il foglietto su cui anonimamente ognuna ha scritto una cifra.
Sembravano tantini anche a me, a dire il vero.
Ma adesso mi rendo conto di quanto potesse essere considerata una principiante.
La prossima volta, agli sceneggiatori, spedisco due o tre mie amiche.
Vedi come ti trasformano la storia in un secondo, ‘sta manica di zoccole.

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