I like you 'cause you like me

L'amore è la risposta ma, mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande

L’amore sospeso (o del perché dobbiamo parlare di Leonardo e Kate)

Posted by on Mar 2, 2016 in 69 giri, Varie | 0 comments

L’amore sospeso (o del perché dobbiamo parlare di Leonardo e Kate)

Gli amori sospesi sono quelli che restano dentro più a lungo. Se sono veri amori, sono quelli che non finiscono mai, che sembrano fare più male, quelli sui quali rompi le palle per anni agli amici, quelli che tormentano, deludono, esaltano, tornano, vanno.
Ma che hanno tutti un comun denominatore: non formano mai una coppia.

Chi di noi non ha provato una volta nella vita un amore sospeso?
Non consumato, troppo giovane, troppo passionale, troppo sfigato, troppo?
Le grandi storie d’amore, quelle vere e sospese, spesso si trasformano in amicizie complici, eterne, fatte di cameratismo, sguardi d’intesa, pacche sulla spalla, esserci e non esserci, perdersi di nuovo, tornare di nuovo.
Eppure i due si amano, si corrispondono, sanno di essere fatti l’uno per l’altra. Si cercano per tutta la vita. E si dichiarano amore, così, semplicemente.
A parte un primo periodo in cui si feriscono per inesperienza, non si faranno mai e poi mai del male. E sembrano essere pronti a difendere l’amato davanti a tutto e tutti, sempre disponibili a sostenerlo e incoraggiarlo, ma senza riuscire mai a essergli accanto per la vita.
I due si sentono parte della stessa storia, ma per loro non c’è storia.
Sembra faticoso, terribile e ingiusto, soprattutto se si parte dal presupposto che i due vivono un amore corrisposto, ma non è così.

L’ingiustizia la vedono quelli che guardano da fuori. I due che stanno dentro sono tutti ammantati dal calore di quel sentimento eterno e indistruttibile, di cui la maggior parte delle volte si dimenticano, eppure è la più grande e certa garanzia d’amore che potranno mai incontrare. I più scaltri non hanno neanche mai fatto sesso, forse soltanto qualche bacio in una notte ubriaca, e sanno che tutto è perfetto così.
Quelli che guardano da fuori si strappano le vesti, pretendono che i due coronino il loro sogno d’amore, dove per loro non s’intende quello dei due, ma proprio quello di chi sta a guardare.
DEVONO METTERSI INSIEME.
Che fesseria. Che stupida superba volontà di buttare nel fango un destino perfetto.
I due, già baciati dall’amore e dalla sorte, hanno però ormai capito e non si sentono più degli sfigati come un tempo, ma dei miracolati.

Nessuno potrà intaccare il loro amore, neppure loro stessi.
Non correranno mai il rischio.

Kate “obbliga” Leo a farle da testimone di nozze. Un atto solo apparentemente sadico. In realtà è la massima espressione del bisogno di essere concessa a un altro uomo avendo il nulla osta da parte di quello a cui hai donato il cuore, la complicità, e forse qualche lacrima.
Il tuo miglior amico, la parte migliore di qualcosa che sei o che sei stata.

Insomma, io voglio ancora vedere quegli sguardi tra Leonardo e Kate, quelle dichiarazioni d’amore plateali e per questo quasi ironiche, quelle mani che si cercano quando si vince un premio o quel sospiro che si tira quando FINALMENTE l’altro vince IL premio.

Da due dei più grandi fighi della Terra cosa ti puoi aspettare?
Che raccontino senza raccontarla una storia senza fine, che tenga tutti con il desiderio accesso, un desiderio altrui che da solo è sufficiente a confermare la loro stessa esistenza.

Loro si amano.
Gli altri adottano bambini.

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Cose

Posted by on Mag 28, 2015 in 69 giri, Varie | 2 comments

Cose

Cose che volevo dire qua e là a gente qua e là e che non dico perché sono pigra, educata e senza tempo.

1) Il rispetto genera rispetto. Al supermercato, nelle relazioni e sul lavoro. Si può essere fermi, arrabbiati, stizziti, nervosi e tendenzialmente stronzi, ma nessun essere umano merita mancanza di rispetto. Vedete di essere educati, perché di base non sapete un cazzo di niente di nessuno. E, soprattutto, esattamente come lui, non siete un cazzo di niente nessuno.

2) In primavera escono, come le formiche dai muri, le mie coetanee finalmente gravide. Dico finalmente perché quante più rughe hanno le donne in faccia con tanta maggior tracotanza espongono il loro pancione. Ho visto donne di 40 anni con le mani dietro ai fianchi tirare belle dritte le pance con un sorriso soddisfatto come se avessero attaccato all’ombelico un premio Nobel. È vero, la vostra pancia è un successo, non un evento normale, ma di certo non è un merito. Non per noi altre almeno. Siete incinte e avete cento anni. Contenetevi perché c’è gente che non vi sta capendo.

3) Siamo abbastanza grandi e abbastanza professionisti per smettere di dire “per ieri” “il prima possibile” “è urgente”. Esistono i mesi, le settimane, le ore, i minuti. Usiamoli per darci dei tempi reali.

4) Non utilizzate la parola “amico” a cazzo. E non fatemi fare la lista dei requisiti.

5) L’elasticità è una dote che va usata il più spesso possibile. Ma ricordate che se dall’altra parte tirano troppo forte poi vi arriva in faccia una tranvata.

6) C’è gente sfortunata. Davvero. C’è gente che non ha soldi. Davvero. C’è gente che non siete voi. Pensateci ogni tanto e baciatevi il culo.

7) Non ci sono fiumi e non ci sono cadaveri che passano. E non c’è una giustizia divina. Ci sono solo brave persone e persone di merda. E tendenzialmente a un certo punto le persone di merda la pagano. Non per via del karma, ma perché quando ci si sente più furbi o più degni degli altri si tende a tirare l’elastico di cui sopra sempre di più, sempre di più, e poi sì, quando arriva il colpo fa male.
E a te, che lì per lì ti auguravi che tutto tornasse indietro, non rimane che fermarti a sussurrare un  “te l’avevo detto”. Un sommesso rimprovero perché, per fortuna tua, sei ancora una persona per bene.

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Non aprire quella posta

Posted by on Lug 29, 2014 in 69 giri, Varie | 1 comment

Non aprire quella posta

La tentazione è forte, lo so.
Sei piena di dubbi. C’è qualcosa che non torna. Sei donna e il tuo sesto senso è molto più sviluppato di quello della maggior parte degli uomini. Senti che c’è qualcosa che non va. E ne vuoi le prove.
Ricordati una cosa: chi cerca trova, e i cocci sono suoi.
Se apri la mail del tuo compagno, se gli controlli il telefono e le chat, troverai esattamente quello che vuoi trovare. E purtroppo a quel punto dovrai fare i conti soprattutto con te stessa.
La privacy è un diritto inalienabile, ti ci devi rassegnare.
Se vìoli il sacrosanto diritto alla riservatezza meriti di essere condannata davanti a qualsiasi tribunale.
“Non se scopro che lui mi ha tradito!”
Sì, anche in quel caso.
Una persona che ti tradisce mantiene il segreto, ti fa fessa, vero, anche e soprattuto per proteggere qualcosa: la vostra relazione e la sua incolumità fisica.
Quello che pensi del tradimento non importa ora.
Abbi la dignità di fermarti un attimo prima di compiere un errore: con che faccia potrai discutere con il tuo uomo del suo tradimento quando tu stessa hai appena fatto una cosa che tradisce alla base tutte le premesse legate alla fiducia?
Se cerchi qualcosa, e la trovi, puoi prendertela solo con te stessa.
Se cerchi la tragedia avrai la tragedia.
Ci sono tanti modi per accorgersi che le cose non vanno più (e le cose non vanno più, se no, a meno che tu non sia una pazza gelosa ossessiva e possessiva non avresti nessuna ragione per controllare la corrispondenza personale della persona che sostieni di amare).

Nei messaggi privati si dicono molte cose.
Si dicono molte cose di sé e degli altri. Si potrebbero dire molte cose anche di te, e con un linguaggio che somiglia più al flusso di coscienza che non all’edulcorata realtà che ti è stata venduta fino a quel momento.
Tutti noi pensiamo degli altri cose terribili che non diciamo. Non tutto ci piace. Eppure non per questo vogliamo meno bene o siamo dei mostri.
Buona parte delle relazioni si basano su piccole menzogne, vitali bugie.
Quello che troverai in quelle mail potrebbe essere qualcosa che non sei in grado di sostenere. Di certo non hai la maturità di sostenerlo, perché se fossi abbastanza matura non staresti guardando nella mail altrui, sapendo già quello che stai per trovare. Se quello che stai cercando lo cerchi perché credi di essere innamorata e di averne diritto, ricordati che poi nulla sarà più come prima.
Se il tuo sesto senso ha parlato, fermati lì, non cercare prove. Chiedi, non prendere.
Non rubare.
Ricordati di conservare la tua dignità.
Dei due, se la deve perdere qualcuno, quel qualcuno non devi essere tu. Mai.
Troverai altri modi per scoprire la verità, fidati.

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All’improvviso, l’improvviso

Posted by on Lug 25, 2014 in 69 giri, Varie | 0 comments

All’improvviso, l’improvviso

Un famoso diceva che la vita è quella cosa che ti accade mentre sei impegnato a fare altro.
Io non credo. Sono sempre stata molto concentrata sulla mia vita.
Quando ero piccola ricordo che un giorno, seduta sul letto, pensai: “Come si fa a ricordare tutto?”.
Riflettevo sul fatto che avessi troppa vita davanti e che fosse impossibile ricordarsi davvero tutto e quella cosa mi riempì di tristezza. Non volevo ricordare solo i momenti importanti, volevo ricordare davvero tutto.
Minuto per minuto, volevo ricordare gli spazi che si dimenticano.
Mi misi in testa allora che dovevo ricordare quel momento, anonimo.
Avrò avuto 7 anni. Presi un punto di riferimento e mi misi a fissare le barbie sedute distanti da me. Sedevano sul tetto di una minicucina di legno bianca e arancione, un giocattolo degli anni 50.
Con quella Roberta lì feci un patto “ti ricorderai di questo momento per tutta la vita”, e infatti l’ho ricordato, e lo ricordo.
Ok, ho avuto diverse opportunità nel mio percorso e questa dimostra che ho ancora davanti a me una brillante carriera come serial killer, comunque avevo ragione: il resto l’ho dimenticato. Ne porto un ricordo rarefatto e suddiviso per momenti, come tutti. Ricordiamo le esperienze, ma non le cose che compongono semplicemente la vita.
Anche delle storie d’amore crediamo di ricordare tutto, e poi ricordiamo poco. Poche cose, attimi. Scatole di ricordi. Che non apriamo mai. Avrebbe senso poi aprirle di nuovo? C’è gente che si nutre per interi anni girando intorno alla stessa frase, alla stessa immagine, allo stesso ricordo che non c’è più.
È anche in questo modo che ci teniamo impegnati a fare altro e quindi a non pensare al presente che è quello cui ci invitava John Lennon con la frase citata all’inizio: stai concentrato, la vita dura poco. Anche se dura tanto te ne accorgerai soltanto quando sarai arrivato alla fine.
C’è senz’altro un prima, ma niente mai e poi mai potrà assicurarci o svelarci un dopo. Non parlo dell’aldilà, parlo del dopo che ci tormenta nell’aldiqua. Eppure, pur non potendo proprio farci un bel niente, passiamo buona parte del nostro tempo preoccupandocene.
E a un certo punto, mentre sei occupato a fare altro, ovvero a dimenticarti chi sei, arriva una mano dal cielo: il presente svela il suo potere sovrumano e ti tira una tranvata in faccia, forte. E ti guardi intorno cercando di capire da dove cazzo sia arrivata, perché non l’hai mica vista arrivare. Non l’hai vista arrivare da lontano come tutte le altre cose che invece hai imparato fino ad adesso a evitare, e hai scansato, saltato, disatteso, perché hai già sistemato parecchio, tu, nella vita. Perché sei certa che puoi sistemarne altre. Perché non c’è tempo, non c’è più amore, sei cambiata, non cambi mai, stai bene. Comunque.
La tranvata è l’inevitabile. La tranvata è quello per cui siamo al mondo. E c’è solo un inevitabile che l’uomo riconosca.

Le ore divorano il sonno. I canali si illuminano di meduse. Le spine nelle dita spariscono da sole. I sorrisi accendono l’oscurità. Le foto si scattano con gli occhi. Quante erre ci sono nel mio nome. Come ti devo chiamare. Non me ne importa niente. Mi manchi. Ti manco. Ci si guarda come se si fosse stati sempre lì. Sempre lì. Da quanto tempo, per quanto tempo, quanto dura il tempo.
Quale immagine dovrò fermare nella mia mente questa volta.

C’è Roberta seduta su quel letto a fissare le sue barbie, è lontana un milione di anni, è qui.
Non c’è nessun tempo, non c’è nessun ricordo, non c’è nessun domani. È tutto qui.
Chiudi gli occhi piano, scattami quella foto adesso, portala con te ancora per un milione di anni.

 

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L’amore non corrisposto non esiste

Posted by on Giu 25, 2014 in 69 giri, Varie | 0 comments

L’amore non corrisposto non esiste

Delle tante cose che possono succedere nella vita, ci sono quelle (tante anch’esse) che accadono semplicemente per stupidità e noncuranza. Come lasciar andare un amore o un vecchio amico, o entrambe le cose. Permettere al tempo di scorrervi addosso perché il tempo conta poco o niente quando due esseri umani sono stati molto vicini.

Le persone che si amano non possono perdersi, questo si crede. Ed è vero. Ma quale arroganza ci porta a non riconoscere la fortuna dalla quale siamo stati baciati il giorno in cui ci siamo incontrati? A essere così superbi da credere che ci si possa concedere qualsiasi cosa, anche di accantonare o rimuovere il ricordo perché tanto nulla potrà mai cambiare un amore?
Nulla ci dividerà comunque, nulla spegnerà quell’energia possente.

Attenzione, non è dell’amore romantico che parlo. Né della passione. L’amore romantico finisce. Ha una scadenza. Si camuffa e per questo s’illude. È quello che vuole essere, per tutto il tempo che gli è concesso esserlo.
Parlo di un altro amore. Dell’amore che è in quel luogo dell’anima e del cuore che prende tutto, che è talmente dell’altro che è anche tuo. L’amore che suggerisce il reale dal quale veniamo e quello al quale torniamo, un sentimento che ti avvicina al naturale e al divino, per questo chi ama è fiore, formica, onda, pietra e vuole gridarlo al mondo a costo di sembrare stupido. Non è religione, è spirito. L’amore non corrisposto non esiste, dal momento che non c’è amore senza empatia. Per questo quando si incontra l’amore ci piomba addosso come una cascata una sorta di miracolo: gli innamorati possono tutto.
Possono tutto al di là della presenza, al di là dei corpi, al di là delle convenzioni, infilandosi dove vogliono, mettendo il loro cuore nel petto altrui. Chi sperimenta una volta questo sentimento totalizzante, in amicizia o in amore, sente di possedere un potere così forte che tutto è reso possibile, addirittura la lettura del pensiero, un altro livello di comunicazione, un sentire “dentro”.
Quello è l’amore che provano le madri per i propri figli, un sentire, appunto.
Ma in questo caso è semplice: per una madre l’incontro con un figlio è esaltante e sconosciuto, ma non bizzarro e inaspettato. Una madre ama suo figlio a prescindere. È la natura che li collega. Gli altri devono potersi incontrare, e sapersi riconoscere.
La grandi amicizie sono questo.
I grandi Amori sono questo.
Incontri fortunati o forse soltanto una vibrazione sulla stessa lunghezza d’onda in mezzo a tante altre vibrazioni su lunghezze d’onda diverse.

Ebbene, ciò nonostante può succedere, soprattutto ai superbi, soprattutto a quelli che sperimentando sbagliano, soprattutto a quelli che credono di potersi perdonare tutto e che il tempo non passi mai, soprattutto a quelli che partono, si spostano, crescono, sono pigri, può capitare, soprattutto a loro, a quelli che si sono riconosciuti, di lasciar correre.
Di lasciarsi andare. Di abbandonare la mano che si sono stretti tante volte, non capendo bene perché, e di far finta di nulla.
Di separarsi con naturalezza, senza rendersene neppure conto, convinti che ci sarà un ritorno, come è sempre stato, per raccontarsi come sta andando, mentre ognuno va per la sua strada, forte della gioventù, a vivere la propria vita.
La vita però è una grande distrazione e i ricordi diventano solo ricordi.

Così s’inizia a inserire quell’emozione in una sorta di letteratura personale, conservando una sensazione rarefatta e bellissima di qualcosa che non c’è più e mai più potrà esserci, perché nell’esperienza sai che le persone che si amano restano nella vita degli altri, in qualche modo, sempre. Perché un ricordo non è realtà. E se quel ricordo non è nella tua realtà, finisci per dimenticare anche il ricordo, inconsciamente, provi a farlo, cercando una rassegnazione mentre lo lasci andare.

Ma se i ricordi che tornano dal passato hanno fattezze umane è lì, in quel lasso di tempo infinito di voi che hai donato distrattamente alla vita, che senti quale sacrilegio ha compiuto la vostra stupidità e la vostra arroganza.

L’assurdo istante di consapevolezza che riesci a fermare non può non farti tremare all’idea di aver lasciato andare, dimenticato e perso qualcosa che era parte di te, come un lutto che non si vuole elaborare, per cui non si vuole neppure cercare spazio.

Non è come trovare all’aeroporto qualcuno che non aspetti. Non è come restare sorpresi. Non è come un attimo di sollievo per il cane che hai ritrovato dopo una fuga.
Come ci si sente? Non lo so dire.
È straziante ed esaltante al tempo stesso.

È come quando torna un caro da una guerra in cui lo si credeva morto. Veder apparire la sua sagoma da dietro una collina, come una fantasma, non crederci, impazzire nell’assurdità del ritorno a casa.

Svegliarsi da un sogno in cui chi c’è non c’è più e chi non c’è più c’è ancora, con attaccata alla pelle quella sensazione tiepida di appartenenza eppure galleggiare nel limbo tra irreale e reale. Volersi addormentare di nuovo.

Pensare a un vecchio amico guardando una fotografia, sentire attraverso la carta lucida l’odore della pelle che sa di caldo, percepire lo scalciare e lo sgusciare dei corpi ragazzini nell’acqua, camminare illuminati dal sole con l’incedere sicuro di chi sa che avrà tutto dalla vita perché non sta chiedendo niente, ché quel momento è già tutto nella vita. Struggersi nel ricordo sorridendo.

Aprire un diario e trovare parole così lontane nel tempo che non le riconosci neppure come tue, leggerle come fossero nuove, emozionarsi per quella che eri e che scopri altro da te sapendo che sei profondamente tu.

Vederti arrivare per strada, vedere te.

Accorgersi che nulla è cambiato, non tu, non il tuo passo, non il tuo sorriso, non il tuo sguardo. Non ricordarmi più la tua voce. Abbracciarti come fosse passato un secondo. Sentire che non è trascorso più di un mese dall’ultima volta che ti ho visto. Tornare ad avere poco più di vent’anni. Temere di non avere più nulla da dirsi, sentire la frustrazione di avere ancora tutto da dirsi.

Commuoversi al solo scrivere di te, perché 17 anni sono un tempo infinito per perdersi.
17 anni sono un tempo così infinito che si può impazzire pensando a ogni singolo secondo.
Come fossi stato ucciso, come se ti avessi ucciso io, come se ti fossi suicidato tu, e all’improvviso un incantesimo ci avesse riconsegnato tutto il tempo, messa in mano quella foto, ricordato chi eravamo, chi siamo, chi siamo sempre stati, chi saremo sempre.
Impazzire all’idea di aver lasciato passare 17 anni che, per quanto siano un numero bellissimo e per quanto noi si sia sempre noi, ci ricordano che non c’è abbastanza divino che possa entrare nel cuore degli uomini, e che in fondo siamo veramente due grandissime teste di cazzo.

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Incontri bestiali

Posted by on Mag 23, 2014 in Varie | 4 comments

Incontri bestiali

Quanto spesso avete sentito dire a una donna “sei nervosa?”, una marea. È per via di quella cosa delle mestruazioni, sapete, dà un alibi un po’ a tutti, donne e uomini, belli e brutti.

Ma di donne aggressive voi ne conoscete? Io ne ho conosciuta qualcuna, non moltissime a dire il vero. E quelle possedevano un’aggressività più sotterranea di quella maschile, una volontà di distruggere dominando psicologicamente che pochissime si potevano permettere. Spesso a quell’abilità inutile faceva seguito un importante disturbo della personalità. Quelle donne io le ho lette, ma il loro atteggiamento non mi ha mai ferito.

Lo guardavo dall’esterno senza prendermene cura.
L’aggressività vera, quella che tocchi con mano, invece, è qualcosa di maschile.
Ed è qualcosa che mi ha sempre congelato.
Perché l’aggressività non è un momento, non è un “ho sbagliato”, non è un moto di nervosismo. L’aggressività è una nota conficcata profondamente dentro l’anima, una rabbia repressa, una violenza insopportabile.
Non riesco a far entrare nel mio cuore le persone aggressive e questo perché l’aggressività non ha giustificazioni.
Ha motivazioni, certo, ma non sono venuta al mondo per farmi intaccare e maltrattare dai fatti vostri.
Della dose di energia vitale che a ognuno di noi è concessa (tutta) e con la quale alcuni hanno la fortuna di entrare profondamente in contatto, l’aggressività è una manifestazione che è sfogo dirompente o miccia per chi la esterna ma acqua che spegne, butta via, affossa sotto terra l’energia di chi la subisce.
Ogni volta che percepisco un atteggiamento aggressivo nei miei o negli altrui confronti io mi ritraggo.
Mi ritraggo al sicuro come una tartaruga nel guscio. Mi costruisco intorno la bolla impermeabile del Super Sayan, allontano il pensiero e lo spostamento d’aria che causa un atteggiamento o una frase rabbiosa. L’aggressività sposta, sposta tutto, incrina l’equilibrio delle cose.
Non parlo di prendere a cazzotti qualcuno, parlo del nervosismo fuori controllo o di una volontà tagliente di gestire gli altri.
Basta quella ormai per mettermi al riparo. Per indole e per esperienza.

Quando ero molto giovane sono stata con una persona parecchio nervosa. Non l’avevo capito lì per lì, perché mi innamorai di un ragazzo tenero e romantico, pieno di dolcezza e gesti imprevedibili.
Come gridare il mio nome seguito da un “ti amooooooooo” su una funicolare in mezzo a una vallata. Come fermare la macchina solo per raccogliere per me un papavero dal ciglio della strada, come addormentarsi con la cornetta in mano per il tanto parlare e ricordarmi quanto gli mancavo.
All’inizio ero tutta presa dall’amore. Abitavamo lontani, lo vedevo poco, di lui sapevo quello che era lui con me. Nulla della sua quotidianità reale. Poi passammo più di tempo insieme. Andai ospite a casa sua, a casa dei suoi, per una settimana.
Così scoprii che quel ragazzo, quello stesso ragazzo, se contraddetto o arrabbiato, diventava molto, ma molto aggressivo. All’inizio non era così, all’inizio esagerava solo con le parole. Bestemmiava e si incazzava così tanto e cercava di inventarsi blasfemie così assurde mentre inveiva da solo che a me la prima volta venne da sorridere per quanto fosse ridicola la situazione.
Ma ero un passo dietro di lui. Sorridevo perché sapevo che non mi avrebbe vista, perché avevo 20 anni e sapevo bene, sentivo, che quella persona, “quella nuova persona”, non avrebbe retto quel sorriso. Quel sorriso, che per me era la reazione naturale a una situazione assurda, avrebbe tolto importanza allo sfogo che lo rappresentava come essere umano e avrebbe ricollocando le cose nella giusta dimensione. Una dimensione per lui inesistente e inaccettabile in quel momento.
Nel tempo si capì non era più tempo per fingere. Non ci riusciva più.
Così ogni volta che qualcosa andava storto si trasfigurava, gli occhi diventavano enormi fanali neri immobili in cerca di un obiettivo e spaccava tutto.
Spaccava tutto.
Ho visto rompere armadi e sedie, ammaccare frigoriferi a calci, lanciare oggetti.
Facevo diversi passi indietro. Per non farmi male.
Non ce l’aveva con me. Se la prendeva per cose futili. Così. Cose che capitavano e non andavano come voleva. Banalità.
Queste scene le faceva anche in casa. In quel teatro di violenza gli attori erano sempre immobili. Avevano provato forse a intervenire in passato? Chissà.
E ora stavano immobili per paura? Chissà.
A un certo punto mi iniziai a chiedere se un giorno quel mobile preso a calci sarei stata io.
La risposta la sapevo già. Ero una ragazza moderna e per niente scema.
Stavo dunque indietro di un passo  a osservare, cercando di togliermi di dosso l’amore il prima possibile.
Stavo attenta sempre, camminavo sulle uova, creavo situazioni perfette perché nulla potesse scatenare quella rabbia. Credevo che la mia vicinanza lo avrebbe addolcito e placato e che forse un giorno quella cosa che tanto lo faceva infuriare se ne sarebbe andata via, grazie a me.

Durante una vacanza al mare, mentre ero nella vasca e lui (un ragazzo bellissimo e molto vanitoso) si sistemava i capelli, qualcosa andò storto nel suo ordine mentale. Chissà come voleva il ciuffo e chissà perché il mondo si accaniva tanto contro di lui e non gli permetteva di essere perfetto come voleva. Iniziò a inveire come un folle, poi con tutta la potenza che aveva lanciò il rasoio a lama nella vasca. Io mi raggomitolai d’istinto. Non mi feci nulla.
Passai giorni e giorni con il cuore a pezzi cercando di far passare il tempo per andarmene via.
L’estate non era finita. La trascorsi nel paese dove viveva, com’era previsto da tempo. Un paesino in mezzo alle montagne, un’estate di sagre e concerti. Lui era bravo a farmi sentire l’amore. Io ero giovane e innamorata e allungavo i tempi. Ma avevo il cuore spezzato quasi ogni giorno.
Una sera ci fu un concerto. Si esibivano un po’ tutti perché era un paesi di musicisti. Si esibì anche lui. Si esibirono gli altri. Fu una bella serata. Mangiammo tutti insieme, noi e i nostri amici. Mentre bevevamo birra io dissi qualcosa a qualcuno “avete suonato bene”, qualcosa del genere. Passarono diverse ore ancora. E poi arrivò il momento di andare a casa.
Mentre percorrevamo tranquillamente la salita nel buio che ci riportava verso la piazza della città, dopo aver salutato tutti, sorridenti come non succedeva da tempo, mi sentii afferrare a forza per l’avambraccio. Non capii da dove, perché c’eravamo solo noi due lì.
Era lui.
Non ricordo cosa mi disse, solo che intanto mi tirava per il braccio per farmi accelerare il passo e arrivammo sul piano. Io ero fuori di me perché non sapevo che diavolo gli fosse preso e a quel punto lui mi disse che non dovevo permettermi mai più di fare un complimento a un altro.
Nell’assurdità di quella affermazione io non stetti più al gioco della follia.
Dissi tutto quello che c’era da dire. Compreso il fatto che non si doveva permettere di afferrarmi con quella violenza mai più. Mi chiese scusa. Non ricordo più molto, sono passati tanti anni. Solo che a un certo punto camminavamo nella piazza del paese, soli sotto le luci gialle, parlando. E nel mio cuore io sapevo che dovevo fuggire via. Fu lì, nel momento più tranquillo dopo quella sfuriata che mi diede una spinta. Mi diede una spinta così forte e repentina che non ebbi il tempo di reagire. Caddi a terra e feci a malapena in tempo ad allungare una mano. Mi feci male. Quanta gente ci aveva visto da dietro le finestre della piazza del piccolo paesino?
Qualcuno apri la finestra e disse qualcosa?
Qualcuno chiese se avevo bisogno di aiuto?
Non lo ricordo più.
Forse. Ero sotto shock. Se fosse accaduto avrei comunque detto di no.
Quando vide il mio sguardo, lo sguardo annientato, esterrefatto e triste, di quella cui hai tolto tutto e che se ne sta per andare per sempre, all’improvviso disse che non voleva farlo, all’improvviso piangeva e mi teneva la mano dolorante e viola. Io lo guardavo con un misto di odio e schifo e paura.
Accettai che mi portasse a casa. Mi feci mettere del ghiaccio sulla mano.
Definitivamente misi sotto ghiaccio il cuore. Non ricordo neppure dove dormii, se lì o dall’amica da cui stavo sempre e che me lo fece a suo tempo conoscere.
E qualche giorno dopo, al telefono, da Milano, lo lasciai.
Quando glielo dissi rispose “Ma io non voglio”.
Così ovvio, no, a quel punto?
Risposi che lo immaginavo, e che non era importante quello che voleva lui, ma quello che volevo io.

Come finì quella storia poi non è il caso di raccontarlo qui. È lunga e con un epilogo molto più triste di quello che potete immaginare e che forse sarebbe percepito come salvifico in un filmetto di serie b.
Non è per questo però che non sopporto l’aggressività. Non l’ho mai avuta intorno da piccola e non la potevo certamente sopportare da adulta. Credo fu quello il motivo per cui non rimasi incastrata in quella storia. E forse fu per quello che mi evitai di essere presa a calci in pancia come un frigorifero, seppur inizialmente cercassi di non ascoltare il mio cuore e chi sapeva o aveva intuito.
Per questo l’aggressività è il mio unico campanello dall’allarme.
È l’unica manifestazione che fa schiarire la voce alla mia voce interiore.
Perché nel tempo ho imparato a riconoscerla bene.
La riconosco dal tono della voce. Da come cambiano gli acuti.
La riconosco dai tic.
La riconosco dagli sguardi.
La riconosco da come si muovono le gambe.
La riconosco dalla scortesia estemporanea e ingiustificata.
La riconosco per istinto.
La riconosco al punto da decidere che non uscirò una seconda volta con qualcuno solo per l’astio con il quale ha risposto al venditore di rose.
La riconosco perché la conosco.
E non la accetto.
La vedo, la lascio lì.
Mica tutti spaccano a calci cose e persone.
Molti hanno imparato e ci lavorano su. Ma non è un problema mio.
Non mi allontano perché sono intelligente o paurosa. Non sono io a decidere. È qualcosa che mi sovrasta, mi fonda e mi conclude, qualcosa che è pieno di tutto e in quel tutto non c’è spazio per la cattiveria, il nervosismo e la rabbia. Non c’è mai stato e mai ci sarà.
Non è colpa mia né vostra. Semplicemente devo impedirvi di togliermi l’energia che volete prendervi, da me.
La vita è una sola. Se volete farvi menare fisicamente o psicologicamente fate pure. A me non interessa chi vince e chi perde. Chi ha ragione e chi ha torto. Il perché e il per come. La donna o l’uomo. La vita o la morte.
Io porto dentro da sempre l’insegnamento più grande della vita, che è àmati.
Sono in un posto della mente bellissimo, dove al centro ci sono io. Io insieme agli altri. E per continuare a esistere non ho bisogno di demolire, spiegare, aggredire, soffocare, deridere e abbassare.
Se voi non ci siete, risolvetevela con i vostri simili.
Non vi aggredirò per questo, ma di certo posso spostarvi, dolcemente, sul ciglio della vostra strada, perché non vi ostiniate a voler percorrere la mia.

 

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Un buon 50 per cento

Posted by on Mag 15, 2014 in 69 giri, Varie | 2 comments

Un buon 50 per cento

 

 

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Ieri ho letto su twitter che le donne si fidanzano per poter avere un ex e conseguentemente il 50% delle scopate assicurate.
Proprio così.

Ovviamente lo aveva scritto un uomo.
Trovo adorabile quando gli uomini cercano di descrivere le donne, soprattutto quando cercano di farlo quelli che non hanno capito una mazza delle donne.
Di solito quelli che hanno capito tutto non sprecano fiato per spiegarci come siamo fatte, d’altra parte gli stessi detestano che noi si cerchi di farlo con loro.
Comunque quel tweet mi ha fatto riflettere. È davvero così? E se fosse così? Doveva averlo scritto qualcuno cui bruciava molto il fatto che qualcuna lo avesse lasciato per andare con l’ex. O qualcuno che si ritrovava l’ex spesso addosso, nei momenti della di lei solitudine.
Se fossi più stupida (o più intelligente) mi sarei dunque assicurata il 50% delle scopate per tutto il resto della vita. Però. Con uno o più di quelli con cui non sto da tempo. Con cui è finita.
Non riesco a capirne il senso.
Provo a spiegarvi, seguitemi, maschi: una donna che viene lasciata dall’uomo che ama, vorrebbe garantirsi il 100% delle scopate con il medesimo (andiamo avanti a chiamarle così, dato che ormai abbiamo iniziato).
Una donna che lascia un uomo perché non lo sopporta più, non vorrà rientrare in quel letto neanche dietro i più convincenti tentativi di recupero crediti.
Una donna che ha lasciato un uomo suo malgrado (ti lascio io perché non mi lasci tu), non vorrà tornare sui suoi passi per non venir meno alla presa di posizione (ma quattro bicchieri di vodka potrebbero effettivamente fare la differenza).
Di quello dunque stiamo parlando, oppure è in atto una modificazione genetica di cui non sono a conoscenza.
Io con gli ex non ci sono mai tornata, se escludiamo quella volta che sono uscita per qualche mese con qualcuno che ho mandato a cagare e con il quale poi mi sono fidanzata (forse proprio in virtù del fatto che lo avevo mandato a cagare).
Come fate voi altre, voi del 50% intendo?
Dove siete? Esistete? E a quale tavolo siete sedute?
Qual è il vostro scopo, manica di ninfomani vogliose? Eh? Puro narcisismo? Crudeltà? Vendetta?
Credo che certi uomini facciano un po’ di confusione, parecchia confusione.
Alle donne, per la maggior parte intendo, “scopare” non importa. Non è la performance quella cui ambiscono. È utilizzare la performance per riuscire a tenersi strette un uomo, perché sanno che quella è l’unica cosa che davvero importa agli uomini (se no non produrrebbero tweet così demenziali).
Non è il numero di partner (anche se alcune mie amiche si sono date parecchio da fare, ne avevamo parlato qui), ma il numero di possibilità di incontrare finalmente qualcuno da mettersi accanto, con cui fidanzarsi, fare una famiglia, dei bambini e poi, finalmente, da iniziare a odiare in santa pace.
Io, che finalmente ho una certa età, sono al riparo da questo teatrino.
Lo ero anche prima, forse, se no non avrei a disposizione un discreto parco ex. Per quanto il numero di cui sopra sia più esiguo di quello delle altre, diciamo che però ho tendenzialmente lasciato un bel ricordo.
Pensate a quante scopate assicurate, mamma mia, mi tremano i polsi dalla felicità!
E invece, guarda un po’ che stupida, sono una romantica. E il sesso mi piace tantissimo, ma non quanto l’amore.
Neanche potete immaginare quanto possono girare le palle a una che ha a disposizione un calendario da crocettare e invece esce a prendere l’arietta perché così le sorride un po’ di più il cuore.

50% un cazzo.
Vogliamo tutte il 100%, sempre.
Per quello vi scassiamo così tanto le palle.

Così tanta primavera e così poche labbra da baciare.

 

 

 

 

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Lassù qualcosa è cambiato

Posted by on Mag 12, 2014 in 69 giri, Varie | 0 comments

Lassù qualcosa è cambiato

Ho da poco compiuto 40 anni.
Non è che possa andare avanti a parlarne ancora a lungo, me ne rendo conto, però sono successe un po’ di cose che mi hanno fatto pensare e sono accadute tutte in fila, come soldatini, alcuni da buttare giù, altri da raccogliere, alcuni con cui perdere la guerra, altri pronti a vincerla.
Intanto ho pubblicato un libro, e quando la gente ha iniziato a scaricarlo e a parlarne io sono andata un po’ in panico. Ho capito che devo imparare a fare promozione di me stessa (ne hanno scritto anche qui, costa meno di una colazione al bar, su).
Poi ho fatto una cazzata grande sul lavoro, credo la prima della mia vita. Qualcosa che ti fa fare i conti con quello che sei e sei sempre stata. E che, dopo il primo naturale contraccolpo, mi ha fatto sentire sulla pelle quello che di solito concedo a tutti tranne che a me stessa: sbagliare. È dunque vero che errare è umano. Non posso permettermelo, ma è umano.
Costretta così dagli eventi ad ammettere che la control freak che è in me non è infallibile, qualcosa è capitato.

Sono partita per Madrid, la città nella quale ho vissuto per anni durante i miei vent’anni. E con me, su aerei diversi, in giorni diversi, sono arrivati i migliori amici di tutta la vita. Ognuno di loro mi ha affiancato in un pezzo del cammino e ognuno fa parte di quella che sono ora, in modo diverso. Mancavano gli ex perché chiamarli a raccolta a Madrid sarebbe stato impensabile, patetico e quantomeno almodovariano.
Comunque, dicevo, nella prima notte dormita tutti insieme nella casa spagnola, nella città che mi aveva concesso di capire il senso della parola libertà, dopo aver costretto tutti a mettersi un abito che mai avrebbero indossato nella vita, ho fatto per la prima volta il sogno più bello che un essere umano possa sperare di fare: ho sognato di volare.
Io non avevo mai sognato di volare.
Ho sognato di cadere.
Di levitare un sacco di volte.
Ho sognato di essere posseduta da forze aliene che mi sbattevano nell’aria come un’indemoniata, ma di volare mai.
Ho volato e volato e volato su distese immense di campi di fiori divise per filari. In ogni filare un tipo di un fiore diverso, e io volavo dandomi la spinta come nel mare, modificando la mia altezza e la mia velocità rispetto ai campi, planando un po’ a osservare i fiori da vicino, ridandomi la spinta con una bracciata fortissima, prendendo velocità e velocità ancora, per poi tornare alla “base”, in una casetta di legno dove trovavo l’unica persona che mancava in quel momento Madrid, e tornavo per dirle quanto era bello quel fiore che avevo visto e di cui non ricordavo nulla per poi ripartire a cercarlo dandomi la spinta di nuovo nell’aria e volare rapidissima passando da un colore all’altro.
Era bellissimo. Non riuscivo a fare altro e a pensare ad altro che non fosse andare avanti a farlo per sempre.
La sensazione di saper volare è così intensa e reale che la verità è che è evidente che sappiamo benissimo cosa voglia dire volare. E questa è una certezza che commuove.

Ho trascorso due giorni incantevoli, fatti di risate e persone che adoro.
Una decina di esseri umani che mi piacciono tanto. Onesti, di gran cuore e cazzoni come piace a me. E quando sono salita sull’aereo che mi ha riportato a casa mi è finalmente successo con la naturalezza che vi invidio da sempre: ho allacciato la cintura e mentre l’aereo ancora si muoveva sulla pista ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata andare. Mi sono addormentata.
Non ero stanca, eppure ho dormito, di giorno, su un aereo. E anche se non ho sognato di volare so che finalmente è successo qualcosa.

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